Roma. Fino al 12 settembre 2025, la Galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea ospita La tempesta nel bicchiere, mostra collettiva a cura di Saverio Verini, con opere di Mario Airò, Gregorio Botta, Daniele Di Girolamo, Beatrice Pediconi e Alberto Savinio. Un’esposizione intima, che indaga il tema dell’acqua non nelle sue immagini più scontate — la tempesta, il naufragio, il mare sublime — ma nella sua natura fragile, sottile, capace di insinuarsi nella memoria e nei gesti quotidiani. Il titolo stesso, ironico ed eloquente, rimanda a un dramma minimo, forse immaginario, che si apre però a una riflessione più ampia: l’acqua come metafora della forma e della misura, come scrittura effimera che, citando John Keats, «was writ in Water». Le opere in mostra Ad accogliere il visitatore è il lavoro sonoro di Daniele Di Girolamo, A Measure of Distance I (2), in cui sabbia e superfici rotanti creano vibrazioni simili al moto della risacca. Un’opera sinestetica che dà forma a ciò che per natura non ne ha, invitando a un ascolto percettivo e intimo. Segue Beatrice Pediconi con Chi non ha mai sentito la pioggia, ride delle ninfee, in cui vecchie Polaroid, lasciate sciogliere in acqua, si trasformano in filamenti trasferiti sulla tela. Ne emergono composizioni leggere e floreali, membrane sospese che celebrano la fragilità come forza creativa. In Untitled di Mario Airò, due fiori si piegano in un abbraccio reso instabile da vasi sinuosi collegati tra loro. L’acqua resta contenuta, silenziosa, ma il lavoro vibra tra tensione e armonia, come se la sua forma potesse cedere da un momento all’altro. Con Muta, Gregorio Botta propone una ciotola di bronzo posta a un’altezza che ne impedisce la visione diretta. L’acqua, invisibile, diventa centro immobile di un raccoglimento quasi liturgico: reliquia silenziosa, più interiore che contemplativa. Chiude il percorso il disegno di Alberto Savinio, Turbine o storia vera – La nostra nave fu innalzata da un turbine. Il tratto leggero, il movimento ascensionale della nave, l’assenza di dramma: un’epica sospesa, fiabesca, che cristallizza il senso della mostra. Una riflessione sull’effimero La tempesta nel bicchiere non offre immagini travolgenti né spettacolarità marina. È piuttosto una meditazione sulla leggerezza e sulla possibilità di trattenere l’effimero: un viaggio nell’acqua che nutre, lambisce, fluttua. Una piccola epifania visiva, che invita a riconsiderare la sostanza fragile della visione e del gesto artistico.
Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025
Il pensiero genera materia: l’intervento della storica dell’arte Marialuisa De Santis al Premio Caramanico 2025 Nella suggestiva cornice dell’Ex Convento delle Clarisse si è svolta la cerimonia del Premio Caramanico 2025, un evento che ha unito arte, cultura e memoria storica. Tra gli interventi più attesi e apprezzati, quello della Dottoressa Marialuisa De Santis, critica e storica dell’arte, che con la sua consueta profondità ha offerto al pubblico una riflessione intensa sul rapporto tra pensiero, materia, ruolo delle donne e linguaggio del colore nell’arte contemporanea. L’emozione del contatto diretto con l’opera De Santis ha aperto il suo intervento condividendo un ricordo personale: l’incontro giovanile con il celebre Cristo Morto di Andrea Mantegna, visto dal vivo dopo averlo studiato sui manuali scolastici. L’opera, di dimensioni ridotte rispetto all’immaginazione, l’aveva inizialmente delusa. Da quell’esperienza, ha maturato la convinzione che l’arte non possa essere pienamente compresa senza il contatto diretto con la materia e la fisicità dell’opera: «Per le opere contemporanee – ha spiegato – la materia entra a far parte del linguaggio stesso, della sua corposità e della sua forza». Il pensiero e la materia: un dialogo aperto Il titolo della mostra collegata al Premio, “Il pensiero genera la materia”, è stato il punto di partenza per una riflessione più ampia. La studiosa ha ricordato come l’opera d’arte non nasca solo dall’intenzione dell’artista, ma generi a sua volta pensiero in chi la osserva. Citando Umberto Eco e il saggio di Tomaso Montanari “La terza ora d’aria”, De Santis ha sottolineato come, una volta completata, l’opera diventi patrimonio del pubblico, capace di stimolare emozioni, riflessioni e interpretazioni personali. Interpretare l’arte: tra Montanari e Proust La storica ha raccontato un episodio riportato da Montanari, che interpreta la Maddalena di Savoldo come avvolta nel lenzuolo di Cristo per respirarne ancora il profumo e la presenza. «È una lettura soggettiva, non attestata dalla tradizione storica, ma che ha il diritto di esistere», ha ribadito De Santis, richiamando anche Proust, secondo cui “ogni lettore in un libro legge se stesso”. Lo stesso vale per l’arte: ognuno, attraverso la propria sensibilità e il proprio vissuto, costruisce un’interpretazione personale. L’arte come narrazione multipla Per rafforzare il concetto, De Santis ha evocato “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un’opera che racconta lo stesso episodio banale in 99 versioni diverse. Un esempio che dimostra come ogni esperienza possa essere narrata e interpretata in modi infiniti: allo stesso modo, ogni opera d’arte è uno specchio che riflette sensibilità e prospettive differenti. Il libro su Gaetano Braga: un racconto attraverso l’arte L’intervento si è poi spostato sul libro recentemente pubblicato dalla stessa De Santis, dedicato a Gaetano Braga, violoncellista giuliese dell’Ottocento acclamato in Europa e negli Stati Uniti come “il re dei violoncellisti”. L’autrice ha scelto un approccio originale: non una biografia strettamente musicologica, ma una narrazione attraverso le connessioni artistiche e pittoriche del musicista, frequentatore di figure come Domenico Morelli e Giovanni Boldini. «Ho raccontato Braga dal punto di vista dell’arte e dei suoi amici pittori – ha spiegato – perché non potevo restare indifferente al fermento artistico e culturale del suo tempo, che ha posto le basi della modernità». Donne e arte: un cammino difficile Uno dei passaggi più significativi è stato quello dedicato al ruolo delle donne nella storia dell’arte. De Santis ha ricordato come fino all’Ottocento le accademie fossero quasi totalmente precluse alle donne, escluse persino dai corsi di nudo, considerati fondamentali per la formazione. Le poche eccezioni, come Artemisia Gentileschi, erano legate a contesti familiari particolari. Solo con la fine del XIX secolo, in un clima di rinnovamento culturale e sociale, le donne iniziarono a trovare maggiore spazio nella pittura e nelle arti visive. Il colore come emozione: l’omaggio a Patrizia D’Andrea De Santis ha reso omaggio a Patrizia D’Andrea, artista premiata durante l’evento, sottolineando come la sua ricerca abbia posto al centro il colore, inteso non come semplice linguaggio formale ma come veicolo di emozione e racconto personale. Citando Mark Rothko, ha ricordato: «Con le mie opere non voglio comunicare, voglio emozionare». Un principio che D’Andrea incarna pienamente, narrando la propria vita attraverso le vibrazioni cromatiche. L’arte come antidoto alla banalità In conclusione, la storica ha rivolto un ringraziamento sentito a tutti gli artisti presenti: «Con il vostro lavoro, con le vostre conquiste ma anche con le vostre delusioni, ci permettete di elevarci al di sopra della mediocrità e della banalità quotidiana». Un messaggio che ha risuonato con forza nella platea, sottolineando il valore dell’arte come strumento di bellezza, riflessione e resilienza.
“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino
“Arte e Design”: il collettivo AriArt in mostra a San Giovanni Teatino San Giovanni Teatino – Dal 6 al 27 settembre lo showroom SECALF Mobili di via Po, 86 ospita Arte e Design, la nuova mostra collettiva del gruppo pittorico AriArt, che raccoglie sei voci diverse e complementari: Luciano Costantini, Giacinta Di Battista, Maria Luisa Castellani, Rossana De Luca, Annalisa Faieta e Gabriella Agresti. In un contesto culturale dove spesso prevalgono l’individualismo e il protagonismo, AriArt rappresenta un esempio raro di collaborazione e dialogo creativo. Nato ad Ari, il gruppo si distingue per la capacità di intrecciare personalità e linguaggi distinti in un percorso condiviso, mantenendo intatta la specificità di ciascun artista. La curatela critica è affidata a Maria Cristina Ricciardi, che legge i lavori come espressioni di una coralità fatta di contrasti, armonie e continue ricerche interiori. I linguaggi degli artisti Luciano Costantini sviluppa una pittura biomorfica, in cui forme fluide e organiche richiamano la vitalità dei processi naturali, evocando un equilibrio resiliente. Giacinta Di Battista elabora un informale che non si limita alla materia ma si apre a bilanciamenti e tensioni, cercando equilibri complessi e necessari. Maria Luisa Castellani esplora la superficie come spazio tridimensionale, giocando su volumi e allusioni che ampliano la percezione visiva. Rossana De Luca, con tele di grande formato e un trittico imponente, lascia che il colore diventi linguaggio di libertà, creando paesaggi emotivi tra mondi sommersi e visioni cosmiche. Annalisa Faieta affronta il mistero del reale con una pittura che destabilizza e invita a una visione metamorfica della quotidianità. Gabriella Agresti lavora sulla sostanza pittorica come pura espressione di esistenza, lasciando che il colore diventi protagonista assoluto, fino alla rarefazione estrema dell’immagine. Arte e Design: un dialogo possibile La scelta del luogo non è casuale: lo spazio SECALF, con il suo design iconico, diventa cornice e contrappunto ideale alle opere, creando un dialogo tra pittura e arredo, tra linguaggi visivi e forme funzionali. L’esposizione si configura così come un laboratorio di contaminazioni: la pittura incontra il design, il gesto individuale si intreccia con la dimensione collettiva, e l’arte riafferma la sua capacità di ridefinire lo sguardo sul quotidiano. Arte e Design non è soltanto una mostra, ma un invito a considerare la creatività come esperienza condivisa, capace di aprire spazi di libertà e di immaginazione in un presente dominato dall’omologazione.
I VINCITORI del “Premio Caramanico Terme 2025: la nostra rivista celebra Silviano Scardecchia con un riconoscimento speciale”
Il 23 agosto 2025, negli spazi suggestivi dell’Ex Convento delle Clarisse Caramanico Terme(PE), si è svolta l’VIII edizione del Premio Caramanico Terme, appuntamento ormai consolidato per il panorama artistico italiano. La giuria, composta dal presidente Mario Costantini, dalla professoressa Anna Gobbi, dagli artisti Silvio Formichetti e Gerardo Lizza e dal critico d’arte Aleardo Rubini, ha visionato con attenzione le opere esposte sotto la curatela dell’Associazione PESCARART&Co., riconoscendo un livello qualitativo di straordinaria eccellenza. Pittura e Disegno: la forza delle immagini interiori Ad aggiudicarsi il primo premio nella sezione Pittura/Disegno è Patrizia D’Andrea con l’opera Credevo fosse amore (2024). Un lavoro di intensa profondità, in cui segni, trame e simboli pittorici si intrecciano in una metamorfosi che interroga lo spettatore sul confine tra sentimento e illusione. Secondo posto a Monica Chiavarini per Eterea-mente (2023), composizione di grande leggerezza concettuale e formale, mentre il terzo premio è andato ad Antonio Perilli con Paesaggio 232 (2025), paesaggio contemporaneo che rilegge la tradizione attraverso un linguaggio personale e innovativo. Scultura e Installazioni: il corpo della solitudine Nella sezione Scultura/Installazioni si è imposto Tiziano Aldo Tiberii con Solitudine (2025), un’opera che, attraverso la forma fetale, dà corpo al tema universale dell’isolamento esistenziale. La sapiente unione di legni scolpiti crea un’immagine che emoziona e interroga. Il secondo premio è andato a Giorgio Piunti con Avanguardie (2021/2023/2025), mentre il terzo riconoscimento ha premiato la ricerca di Marco e Sara Fattori con La porta della notte (2020), installazione capace di evocare una dimensione sospesa tra simbolo e sogno. Fotografia e Digital Art: la fragilità dell’immaginario Per la sezione dedicata a Fotografia e Digital Art, il primo premio è stato conferito a Luciano Di Gregorio per Fragilità (2022), dove il mito del cavallo alato si rinnova in una visione dinamica, in cui i colori si coagulano e si trasformano in forme pulsanti. Il secondo premio è stato assegnato a Danilo Susi con Le forme inaspettate dell’acqua (2019), indagine poetica sulla materia fluida e sulle sue metamorfosi. Il terzo posto ha visto premiato Giancarlo Micaroni con Il pensiero genera la materia (2023), opera di potente suggestione concettuale. Premi speciali e menzioni Oltre ai vincitori delle sezioni principali, la giuria ha assegnato il Premio Giuria “Ex Aequo” a Lucia Ruggieri, Paolo Di Nozzi, Andrea Malandra e Teodosio Campanelli, a testimonianza di una pluralità di talenti emergenti. Il Premio Catalogo è stato conferito a Pio Serafini, mentre le menzioni in ordine di punteggio hanno riconosciuto il valore delle opere di Alfredo Di Bacco, Francesca Toro, Matteo Fusco, Lucia Di Miceli, Francesco Mehagnoul e Sergio Guerrini. Il Premio Artelogia.it come miglior Reportage delle emozioni è stato conferito a Silviano Scardecchia, con Presenze – Auroreali trasforma l’alba in poesia visiva, dove figure sull’acqua evocano silenzio, armonia e meraviglia, legando l’uomo al mare. Un ponte tra tradizione e futuro L’VIII Premio Caramanico Terme si conferma un osservatorio privilegiato sull’arte contemporanea, capace di mettere in dialogo linguaggi differenti – dalla pittura alla fotografia digitale – con un approccio critico e innovativo. Le opere premiate, pur diverse per tecnica e ispirazione, condividono un comune denominatore: la capacità di tradurre l’esperienza individuale in visioni universali, invitando lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra arte, vita e società.
Enrico Manera: «Giancarlo Costanzo è il tramite che unisce artisti e spirito»
Le considerazioni del maestro sulla mostra di arti visive Il pensiero genera la materia a Caramanico Terme Nella suggestiva cornice dell’ex convento delle Clarisse di Caramanico Terme, oggi spazio sconsacrato ma ancora carico di memoria e di architettura imponente, si è tenuta la mostra di arti visive Il pensiero genera la materia. Un evento che ha visto al centro l’opera instancabile del curatore Giancarlo Costanzo, figura capace di contaminare, intrecciare e mettere in dialogo sensibilità artistiche diverse. Il maestro Enrico Manera, intervenendo durante l’inaugurazione, ha sottolineato con forza il ruolo fondamentale svolto da Costanzo nel panorama culturale: «Se non ci fosse, dovrei inventarlo ! È una persona che contamina: negli anni è riuscito a convocare artisti di grande fama e ad affiancarli a giovani emergenti o a chi crea per pura passione. La sua empatia convince e muove, trasmette sofferenza e bellezza, riuscendo a trasformare l’arte in un ponte tra mondi differenti». Manera ha ricordato come il curatore abbia saputo aprire spazi e contatti preziosi, citando ad esempio la partecipazione di artisti di rilievo come Marotta e come il suo lavoro abbia favorito un ampliamento continuo delle relazioni culturali. Il maestro ha poi invitato il pubblico e gli artisti presenti a non dimenticare le parole di Virgilio, maestro di Dante: «Lo spirito regge il mondo, lo pervade e lo anima». Un richiamo al valore universale dell’arte che, in tempi difficili, diventa «medicina dell’occhio e dell’anima», capace di restituire speranza e coraggio. Non sono mancati riferimenti all’attualità: Manera ha parlato di un’epoca «un po’ triste ed offuscata dalla prepotenza», sottolineando però come il compito degli artisti resti quello di «lanciare un verbo positivo» e di generare energia creativa nonostante le difficoltà. Infine, un ringraziamento all’amministrazione comunale e al sindaco di Caramanico Terme per aver dato spazio e sostegno ad un evento che restituisce valore alla comunità: «Le amministrazioni che investono nella cultura meritano rispetto ed amore. Costanzo è il tramite che rende possibile tutto questo». La mostra Il pensiero genera la materia si conferma così non solo un appuntamento espositivo, ma anche un’occasione di riflessione sulla funzione sociale ed etica dell’arte, capace di unire passato e presente, memoria e visione.
Abruzzo, terra di luce e memoria: il Museo dell’Ottocento e il nuovo Rinascimento della pittura abruzzese
In un’Italia spesso abituata a guardare alle grandi capitali dell’arte – Roma, Firenze, Milano – l’Abruzzo sta silenziosamente riemergendo come una delle regioni più fertili per la riflessione critica e la valorizzazione del proprio patrimonio pittorico. Il recente ampliamento del Museo dell’Ottocento Fondazione Di Persio-Pallotta di Pescara, con oltre cinquanta nuove acquisizioni in appena tre anni, non è solo un’operazione collezionistica: è un atto di consapevolezza culturale. Il cuore pulsante di questa rinascita è un’idea precisa: riportare l’Ottocento al centro di un discorso che lo riconosca nella sua complessità, lontano dai luoghi comuni che lo hanno confinato a un ruolo di “arte di transizione” tra Neoclassicismo e Avanguardie. L’Abruzzo, con la sua storia di confine – geograficamente e culturalmente – offre un punto di vista privilegiato per leggere queste dinamiche. Abruzzo e Ottocento: un legame vitale La pittura abruzzese dell’Ottocento, pur spesso intrecciata a centri come Napoli e Roma, ha mantenuto una propria identità, nutrita da un rapporto intimo con il paesaggio. Non è un caso che artisti legati alla regione abbiano saputo coniugare il verismo di scuola meridionale con un lirismo atmosferico che guarda alle esperienze francesi. Le vedute marine, i borghi collinari, i pastori della transumanza, i volti scolpiti dalla fatica e dal sole: sono immagini che, nell’Ottocento, diventano metafora di una resistenza culturale, in cui la natura non è sfondo, ma protagonista. Il ruolo del Museo di Pescara Il Museo dell’Ottocento, fondato dai collezionisti Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta, sta svolgendo una funzione cruciale: costruire un ponte tra la pittura italiana e quella francese, senza dimenticare il radicamento abruzzese. Nelle sale, il dialogo tra Cammarano e i maestri della Scuola di Barbizon non è solo un confronto stilistico, ma una chiave per capire come anche gli artisti formatisi in Abruzzo o di passaggio in regione abbiano assorbito e reinterpretato le lezioni della modernità europea. Dal paesaggio alla memoria Opere come quelle di Federico Rossano, con i loro equilibri tra rigore compositivo e vibrazione luminosa, trovano eco nei pittori che, in Abruzzo, hanno saputo far parlare il paesaggio come documento identitario. La luce dell’Adriatico, il verde argenteo degli ulivi, il chiarore delle vette innevate: elementi che, nelle tele ottocentesche, si trasformano in un linguaggio universale, ma radicato in una geografia precisa. Un laboratorio critico per l’Abruzzo contemporaneo Oggi, il Museo di Pescara non è soltanto un archivio visivo del XIX secolo, ma un laboratorio di rilettura della storia dell’arte abruzzese. Ogni nuova acquisizione non amplia soltanto la collezione, ma diventa pretesto per interrogare la memoria collettiva e riscoprire un’identità artistica che merita di uscire dal cono d’ombra delle grandi narrazioni nazionali. L’arte abruzzese dell’Ottocento, filtrata attraverso la lente del Museo, non appare come un capitolo minore, ma come un tassello fondamentale di un mosaico più ampio: quello di un’Italia che, anche lontano dalle metropoli, ha saputo dialogare con l’Europa, senza perdere la propria voce. Oggi, varcare la soglia del Museo dell’Ottocento significa compiere un doppio viaggio: uno nel tempo, per ritrovare un secolo troppo a lungo frainteso, e uno nello spazio, per riscoprire l’Abruzzo come terra d’arte, luce e memoria.
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico
“Il pensiero genera la materia” – L’Arte in viaggio da Nocciano a Caramanico Dal 9 al 19 agosto 2025, il Castello De Sterlich-Aliprandi di Nocciano ospita la mostra Il pensiero genera la materia, un’esposizione itinerante che proseguirà dal 23 agosto nell’ex Convento delle Clarisse di Caramanico Terme. L’evento, organizzato dal gallerista Giancarlo Costanzo e presentata dal critico d’arte Andrea Viozzi e dalla giornalista Francesca Di Giuseppe, celebra l’arte contemporanea con un percorso espositivo ricco di suggestioni, tecniche e linguaggi. La mostra si apre con un momento di grande valore simbolico e affettivo: la signora Daniela Fuina ha donato al Museo di Arte Contemporanea di Nocciano una splendida opera del compianto Giancarlo Scianella, maestro indiscusso della scultura italiana del Novecento e figura di spicco dell’Arte Povera. Scianella, artista castellano legato alla tradizione ceramica della sua terra, ha saputo trasformare la materia — terra, acqua, elementi naturali — in forme cariche di energia e significato, inserendosi a pieno titolo accanto a nomi come Fontana, Martini e Arnaldo Pomodoro. L’opera donata, datata 1985, si colloca nel periodo in cui l’artista partecipò per la dodicesima volta al Premio Faenza, dopo importanti riconoscimenti ricevuti anche nel ’75, ’76 e ’79. Un pezzo che arricchisce ulteriormente la già prestigiosa collezione del museo noccianese. Un’esposizione corale L’edizione 2025 si caratterizza per la presenza di 53 opere, cui si aggiungono più di dieci lavori realizzati “a sei mani” dal Gruppo Earth — Alfredo Celli, Fabrizio Mariani e Giancarlo Costanzo — frutto di una ricerca condivisa che dura ormai da oltre un anno. Un approccio complesso, dove la fusione di tre sensibilità su un unico supporto crea risultati inaspettati e potenti. Accanto a loro, i “maestri storici” come Enrico Manera, Antonio Cimino, Giuliano Cotellessa, Ettore Le Donne, Nino De Luca, Alberto Gallingani, e Silvio Formichetti, figura poliedrica e vicina al mondo della critica. Il percorso espositivo è arricchito da pittura, scultura, fotografia e installazioni, creando un dialogo tra linguaggi che rende la mostra una vera esperienza immersiva. Arte come pensiero e testimonianza Il titolo Il pensiero genera la materia, ispirato a una sintesi del pensiero di Giordano Bruno, riflette la vocazione dell’arte contemporanea a superare la pura estetica per farsi veicolo di riflessione. Le opere affrontano tematiche attuali e urgenti: la guerra, la condizione femminile, l’impatto dell’intelligenza artificiale, il progressivo abbandono del libro di carta a favore del digitale. Attraverso un uso espressivo del colore e una pluralità di tecniche, gli artisti esprimono inquietudini, speranze e interrogativi, rifiutando l’atteggiamento dell’“artista struzzo” e scegliendo invece di essere testimoni attivi del proprio tempo. La bellezza visibile e invisibile Come sottolineato dagli organizzatori, la bellezza qui non è solo un fatto estetico, ma un simbolo — nel senso etimologico di “mettere insieme” — che unisce la parte visibile e immediatamente percepibile dell’opera alla sua dimensione invisibile, nascosta, accessibile solo a chi sa guardare oltre l’apparenza. È proprio questa profondità, questa ricerca di senso, a fare della mostra un’occasione rara di incontro tra arte e pensiero. Con Nocciano e Caramanico come tappe di un viaggio che è geografico ma anche concettuale, Il pensiero genera la materia si presenta come un invito a osservare, riflettere e, soprattutto, a lasciarsi trasformare dalla forza della materia quando questa diventa arte.
Il paesaggio lirico di Licini e Pericoli: dialoghi visivi tra sogno, memoria e segno
Dal 19 luglio al 9 novembre 2025, il Centro Studi Osvaldo Licini – Casa Museo Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado propone una mostra di straordinaria densità poetica e visiva: «Quel lontano mar, quei monti azzurri. Il Paesaggio di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli», a cura di Nunzio Giustozzi e Daniela Simoni. Un’esposizione che non si limita al confronto formale tra due maestri, ma scava nelle radici profonde del paesaggio marchigiano come luogo dell’anima, come crocevia tra infinito e finito, come epifania di un’interiorità che si fa immagine. Una mostra-ponte tra tempo e linguaggi L’accostamento tra Licini e Pericoli è tutt’altro che arbitrario. Il primo, protagonista assoluto dell’arte italiana del Novecento, ha saputo trasformare la sua terra natale in metafora del pensiero e del sogno. Il secondo, raffinato interprete della forma e del segno, ha restituito nel tempo un paesaggio inquieto e meditativo, profondamente radicato nella materia visiva e nella memoria. Entrambi, pur con approcci diversi, si sono misurati con la dialettica tra reale e immaginario, tra natura osservata e paesaggio interiorizzato. Il paesaggio come luogo mentale Nel corpus esposto, Osvaldo Licini appare con quella sua consueta capacità di sublimare il dato visivo in esperienza visionaria. Il suo paesaggio non è mai mera trascrizione dell’osservazione, ma scena mentale, costruzione filosofica e lirica. La natura marchigiana – mai drammatica né spettacolare, ma civilmente misurata come scriveva Guido Piovene – diventa terreno fertile per sviluppare simboli, figure sospese, architetture dell’invisibile. I “Angeli ribelli”, le “Amalassunte”, emergono da colline lievi e cieli metafisici, custodendo un silenzio carico di domande. Per Tullio Pericoli, invece, il paesaggio è materia da dissezionare, da ascoltare e interpretare attraverso la linea, attraverso quel segno incisivo, nervoso e meditato che ne è cifra stilistica e poetica. Nelle opere selezionate – dalle più cupe e inquietanti degli anni Settanta fino alle vedute più luminose e aeree del decennio successivo – si avverte una tensione continua tra ordine e disordine, tra superficie e profondità. Le opere più recenti, in particolare, denunciano un paesaggio ormai ferito, quasi traumatico, nel quale l’artista si interroga sul rapporto tra uomo e ambiente, senza retorica ma con intensa consapevolezza. Il segno come legame profondo Il fil rouge che unisce Licini e Pericoli è il segno. Un elemento grafico e insieme concettuale che assume valore di pensiero, di traccia esistenziale. Per entrambi, il segno non è mai puramente estetico, ma è gesto di rivelazione, sintesi visiva di un mondo inafferrabile. In questo senso, la mostra non è solo un omaggio al paesaggio, ma una riflessione sul disegno come forma originaria del sentire. In linea con le ricerche portate avanti dal Centro Studi Licini, il “segno marchigiano” si configura così come elemento di identità artistica, profonda e non localistica. Conclusione «Quel lontano mar, quei monti azzurri» è una mostra che non si limita a esporre, ma invita a contemplare, a riflettere. Attraverso la forza silenziosa delle opere e l’equilibrio curatoriale del percorso, essa propone una ricognizione estetica ed emotiva di un paesaggio che è sì marchigiano, ma che diventa universale, archetipico, spirituale. Licini e Pericoli, ciascuno con la propria voce, ci ricordano che l’arte non descrive il mondo: lo reinventa, lo interroga, lo salva. Una mostra necessaria, che merita di essere vissuta con lentezza, con attenzione, con gratitudine.
Anselm Kiefer: Solaris – La grande mostra al Castello Nijo di Kyoto
Anselm Kiefer: Solaris – La grande mostra al Castello Nijo di Kyoto Dal 31 marzo al 22 giugno 2025, l’arte monumentale e intensa di Anselm Kiefer approda per la prima volta in modo così esteso in Asia con la mostra Solaris, allestita nella suggestiva cornice del Castello Nijo di Kyoto. Organizzata da Fergus McCaffrey in collaborazione con la Città di Kyoto, l’esposizione rappresenta un evento culturale di straordinaria importanza, sia per la portata dell’artista sia per l’eccezionalità del luogo. Una mostra storica in un luogo simbolico Il Castello Nijo, patrimonio UNESCO e simbolo dell’epoca Edo, diventa lo scenario inedito per accogliere trentatré opere tra dipinti e sculture realizzate da Kiefer. I lavori sono distribuiti all’interno dell’antico edificio Daidokoro – l’area che un tempo ospitava le cucine e gli spazi di servizio della corte imperiale – e nei cortili esterni, creando un dialogo poetico e potente tra la memoria della storia giapponese e la visione esistenziale dell’artista tedesco. Kiefer: memoria, materia, spiritualità Nato in Germania nel marzo 1945, Anselm Kiefer è considerato uno dei più importanti artisti contemporanei. Da decenni il suo lavoro affronta temi legati alla memoria storica, al trauma, alla spiritualità e alla rinascita, utilizzando materiali grezzi come piombo, cenere, paglia, terracotta e tessuti. Le sue opere sono stratificate, fisiche e cariche di simbolismo, evocando rovine e cosmologie, mitologie antiche e cicli naturali. In Solaris, il titolo richiama tanto la luce del sole quanto l’omonimo romanzo di fantascienza di Stanisław Lem, suggerendo un viaggio nella coscienza, nel tempo e nello spazio. Le opere si fanno specchio del subconscio collettivo, collocandosi in un contesto culturale che – pur geograficamente e storicamente lontano – risuona con sorprendente affinità. Arte globale in un contesto locale La scelta di Kyoto non è casuale. Città simbolo della tradizione giapponese, Kyoto è anche un centro culturale attento all’arte contemporanea e alle contaminazioni internazionali. L’incontro tra il linguaggio visivo e concettuale di Kiefer e l’architettura silenziosa e solenne del Castello Nijo crea una tensione artistica unica, capace di offrire nuove letture e sensibilità, sia per il pubblico giapponese che internazionale. Informazioni utili Questa mostra rappresenta un’occasione irripetibile per vivere l’opera di Kiefer in un contesto culturale di rara bellezza, dove l’Oriente e l’Occidente si intrecciano in un racconto visivo denso di storia, materia e significato.
L’immagine come poesia visiva: la mostra su Giovanni Pintori al MAN di Nuoro
L’immagine come poesia visiva: la mostra su Giovanni Pintori al MAN di Nuoro Il MAN di Nuoro celebra, con una mostra estesa su tre piani e articolata in oltre 300 opere, la figura di Giovanni Pintori (1912-1999), uno dei più grandi graphic designer del Novecento italiano e internazionale. L’esposizione — realizzata in collaborazione con il M.a.x. museo di Chiasso — è molto più di una retrospettiva: è una vera e propria immersione nel laboratorio creativo di un autore che ha saputo tradurre l’estetica della modernità in linguaggio visivo. Pintori è noto soprattutto per la sua collaborazione con Olivetti, marchio che contribuì a trasformare in un’icona mondiale non solo dell’industria, ma anche del design e della cultura visiva. Ma questa mostra, curata con rigore filologico e intelligenza narrativa, va oltre l’etichetta di “grafico aziendale” per restituirci l’artista nella sua interezza: creativo poliedrico, sperimentatore instancabile, intellettuale silenzioso ma potentissimo nella sua capacità di comunicazione visiva. Sin dal primo piano, l’allestimento mette in scena un dialogo serrato tra forma e funzione, arte e comunicazione. I manifesti e le pagine pubblicitarie — alcuni diventati veri e propri totem del modernismo italiano — non sono solo strumenti commerciali, ma frammenti di una visione del mondo in cui ogni segno grafico ha una funzione poetica. La macchina da scrivere, oggetto spesso presente nei lavori per Olivetti, non è mai ritratta in modo realistico, ma diventa archetipo, simbolo, metafora. Pintori non rappresenta, evoca. Il suo tratto distintivo è la capacità di unire rigore geometrico e leggerezza immaginativa. Linee essenziali, colori netti, composizioni calibrate come spartiti musicali: ogni elemento ha il peso esatto, ogni spazio è pensato. L’influenza del Bauhaus e del razionalismo italiano è evidente, ma Pintori non è mai epigono. La sua grafica ha un respiro lirico tutto suo, che rende ogni opera riconoscibile anche a distanza di decenni. Significativa è anche l’attenzione dedicata al contesto biografico: Pintori, nato a Tresnuraghes e cresciuto a Nuoro, non ha mai reciso il legame con le proprie radici. E questo legame, come sottolineano le direttrici Chiara Gatti e Nicoletta Cavadini, è un “genius loci” che informa la sua opera senza appesantirla, un’eco discreta ma persistente di una terra aspra e visionaria come la Sardegna. Il percorso espositivo offre anche un’inedita sezione di bozzetti, schizzi e maquette, che consentono al visitatore di entrare nel cuore pulsante del processo creativo. Qui, più che altrove, emerge la grandezza silenziosa di Pintori: l’arte della sottrazione, del dettaglio che parla, del gesto minimale che si fa sintesi. Questa mostra è, in definitiva, un atto di giustizia culturale. Giovanni Pintori, troppo spesso relegato a figura di nicchia, merita di essere riconosciuto come uno dei protagonisti della cultura visiva del XX secolo. La sua opera, al crocevia tra arte, comunicazione e design, è oggi più che mai attuale in un’epoca in cui l’immagine è tornata a essere linguaggio dominante. E se la grafica è davvero “l’arte di comunicare con bellezza”, Pintori ne è stato il più grande poeta visivo.