Roma. Fino al 12 settembre 2025, la Galleria Francesca Antonini Arte Contemporanea ospita La tempesta nel bicchiere, mostra collettiva a cura di Saverio Verini, con opere di Mario Airò, Gregorio Botta, Daniele Di Girolamo, Beatrice Pediconi e Alberto Savinio. Un’esposizione intima, che indaga il tema dell’acqua non nelle sue immagini più scontate — la tempesta, il naufragio, il mare sublime — ma nella sua natura fragile, sottile, capace di insinuarsi nella memoria e nei gesti quotidiani.

Il titolo stesso, ironico ed eloquente, rimanda a un dramma minimo, forse immaginario, che si apre però a una riflessione più ampia: l’acqua come metafora della forma e della misura, come scrittura effimera che, citando John Keats, «was writ in Water».

Le opere in mostra

Ad accogliere il visitatore è il lavoro sonoro di Daniele Di Girolamo, A Measure of Distance I (2), in cui sabbia e superfici rotanti creano vibrazioni simili al moto della risacca. Un’opera sinestetica che dà forma a ciò che per natura non ne ha, invitando a un ascolto percettivo e intimo.

Segue Beatrice Pediconi con Chi non ha mai sentito la pioggia, ride delle ninfee, in cui vecchie Polaroid, lasciate sciogliere in acqua, si trasformano in filamenti trasferiti sulla tela. Ne emergono composizioni leggere e floreali, membrane sospese che celebrano la fragilità come forza creativa.

In Untitled di Mario Airò, due fiori si piegano in un abbraccio reso instabile da vasi sinuosi collegati tra loro. L’acqua resta contenuta, silenziosa, ma il lavoro vibra tra tensione e armonia, come se la sua forma potesse cedere da un momento all’altro.

Con Muta, Gregorio Botta propone una ciotola di bronzo posta a un’altezza che ne impedisce la visione diretta. L’acqua, invisibile, diventa centro immobile di un raccoglimento quasi liturgico: reliquia silenziosa, più interiore che contemplativa.

Chiude il percorso il disegno di Alberto Savinio, Turbine o storia vera – La nostra nave fu innalzata da un turbine. Il tratto leggero, il movimento ascensionale della nave, l’assenza di dramma: un’epica sospesa, fiabesca, che cristallizza il senso della mostra.

Una riflessione sull’effimero

La tempesta nel bicchiere non offre immagini travolgenti né spettacolarità marina. È piuttosto una meditazione sulla leggerezza e sulla possibilità di trattenere l’effimero: un viaggio nell’acqua che nutre, lambisce, fluttua. Una piccola epifania visiva, che invita a riconsiderare la sostanza fragile della visione e del gesto artistico.